Un piano B per la Libia
"Divisioni dentro la Nato”, titolava ieri il sito del Times di Londra un’ora dopo che il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, aveva chiesto un cessate il fuoco in Libia e l’apertura di corridoi umanitari. Naturalmente l’occasione si è rivelata ghiotta per il quotidiano inglese per spiegare – rispiegare – che l’Italia è un “partecipante riluttante” della missione in Libia a causa dei buoni rapporti con il colonnello Gheddafi. Leggi Ma Tripoli dov'è? il diario dalla guerra in Libia di Toni Capuozzo
9 AGO 20

Cosa facciamo se non ci sono vincitori né vinti? Un piano B ancora non è stato nemmeno pensato, mentre i ribelli ricevono soldi dalla Banca mondiale (e da molti paesi della Nato, Italia in testa) ma iniziano a spargere in giro voci su una sfiducia sempre più palpabile nei confronti dell’Alleanza atlantica, mossa abilissima per mettere ancora più in difficoltà una Nato che uscirà da questa guerra – lei sì – con le ossa rotte. Un piano B è del tutto fuori discussione per il leader britannico David Cameron che anzi sgrida i suoi generali perché hanno osato esprimere in pubblico perplessità sulle sorti di questa guerra, che costa tantissimo e produce pochissimo. Un piano B non è nemmeno contemplato dal presidente Obama che per giustificare questa guerra ha dovuto stravolgere il vocabolario (per non parlare dei pesi e contrappesi tra Congresso e Casa Bianca, essenza stessa della democrazia americana), dichiarando che in Libia non c’è una guerra, non ci sono nemmeno “ostilità”, per questo non ci deve essere un’autorizzazione del Congresso. Un piano B non è stato nemmeno proposto dai francesi, che anzi ieri hanno subito detto che le operazioni devono continuare, anzi, devono semmai essere intensificate, e la Nato ha dato loro ragione.
Frattini ha proposto una via d’uscita, subito ridimensionata per la solita timidezza diplomatica, prendendo atto di una realtà che ogni giorno si consolida sul campo. Gheddafi non molla, i bombardamenti non lo scovano (invece colpiscono i civili), il regime non implode, i ribelli non hanno la forza militare né negoziale per costruire un’alternativa al clan Gheddafi. Stando così le cose, con i soldi che scarseggiano sempre più in un occidente che per fare le guerre deve prima controllare il portafoglio, meglio cercare una tregua sul campo, aiutare la popolazione che patisce questi mesi di guerra, aprire corridoi umanitari e poi riflettere sul fatto che se Gheddafi non se ne va bisognerà trattare con lui. Meglio farlo con un piano concertato: altrimenti oltre che stolta e sproporzionata, questa guerra sarà anche penosamente perduta.
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